Comunità Pastorale Madonna del Cenacolo, 6 giugno 2026
“Stette in mezzo”: la “Mistica” del concreto vivere comune
Indice
Introduzione
Principio e Fondamento: realismo cristiano
Purificazione: la tensione della fede comunitaria
La fraternità nella “Evangelii gaudium”: mistica
Introduzione
Ho potuto leggere il progetto educativo che avete steso all’inizio di questo anno e mi è stato chiesto di proporvi una meditazione che possa offrirvi un’occasione semplice di preghiera davanti al vostro cammino con un atteggiamento di esame di coscienza e di purificazione.
Il Signore dona costantemente alla Chiesa e ai cristiani di esaminare il proprio cammino non partendo da ideali e aspettative, ma dal suo amore che si manifesta nella realtà della vita.
Ho scelto una icona dal vangelo di Giovanni che illumina il vissuto della Chiesa e quindi di ogni comunità.
a. Lettura
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. (Gv 20)
b. Parole chiave
Porte chiuse – Stette in mezzo – Mostrò loro le mani e il fianco – Pace a voi! – Mandato.
c. Cosa temiamo dopo un tempo di cammino comune?
Una domanda di accompagnamento.
Tipi di conflitto[1]
✓ Conflitti relazionali. I conflitti più frequenti nei contesti delle nostre comunità sono senz’altro quelli relazionali: rivalità per differenti motivi; fatica ad apprezzare e stimare gli altri; invidia verso chi sembra avere qualità, capacità e possibilità migliori; gelosie rispetto alle relazioni significative di altre persone, o derivanti dalla maggiore vicinanza e amicizia verso chi ha responsabilità nelle comunità. Non è facile imparare a camminare insieme, e proprio quando ci si ritrova e si cerca di costruire qualcosa divengono evidenti le conflittualità e le paure che ciascuno si porta dentro.
✓ Conflitti di potere. I conflitti più influenti, anche se non così spesso riconosciuti, sono i conflitti di potere. Non temiamo di usare questo termine che di fatto si intreccia in vari modi al servizio svolto con le migliori intenzioni. Essi hanno a che fare anche con le aspettative dei gruppi e delle comunità rispetto alla presenza di un prete o altro/a responsabile, e con l’autonomia/dipendenza della scelte che si fanno in una comunità cristiana o in un oratorio.
✓ Conflitti sulle convinzioni di fondo o di valore. Emergono nelle comunità cristiane conflitti sulle convinzioni profonde, sullo stile e le scelte del cristiano, cioè i conflitti di valore. Non è detto che questi conflitti non ci siano, ma spesso vengono lasciati impliciti e si manifestano occasionalmente su una questione o su un’altra, mentre riguardano il cuore e la coscienza dei discepoli del Signore. Dobbiamo però riconoscere che la presenza di conflitti anche impliciti sui valori e le convinzioni di fondo indeboliscono fortemente la comunità cristiana e danneggiano i legami autentici di appartenenza. In effetti, quando tali conflitti si palesano creano divisioni e ferite molto profonde.
✓ Conflitti sulla missione. Ancora meno possiamo registrare conflitti sulla missione. Sarebbe un conflitto necessario, anzi una esigenza per coloro che vivono una fede testimoniale. Si tratta del conflitto che scaturisce dalla sfida su come incarnare i valori dentro le urgenze e le istanze di oggi, su come vivere la testimonianza del Vangelo qui ed ora ed essere un segno del Regno di Dio per le persone affidate ad una comunità cristiana. Costituisce una conflittualità, certamente sempre impegnativa da affrontare, ma positiva e feconda se, illuminati dall’ascolto della Parola di Dio ci si pone, insieme, in un vero ascolto dei bisogni, delle urgenze, delle situazioni concrete per cercare il modo più efficace per annunciare e testimoniare il Vangelo.
Principio e Fondamento: realismo cristiano
(Cf. Vita comune, Bonhoeffer)
- Lo sguardo Cristiano sul vivere comune e le aspettative interiori. Quale è il punto sicuro per una esperienza generativa comunitaria?
«La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.
Vien così eliminata a priori ogni confusa aspirazione a un di più. Chi vuol aver più di quanto Cristo ha stabilito fra di noi, non vuole fraternità cristiana, ma cerca qualche sensazionale esperienza di comunione, altrimenti negatagli, immette nella fraternità cristiana desideri confusi e impuri. È questo il punto in cui la fraternità cristiana, il più delle volte già nell’atto del suo costituirsi, corre in massimo grado il pericolo del più sottile inquinamento, nello scambio della fraternità cristiana con un ideale di comunità di devoti; nella mescolanza del naturale desiderio di comunione che nasce dal cuore devoto con la realtà spirituale della fraternità cristiana.
Perché si abbia la fraternità cristiana, tutto dipende da una sola cosa, che deve esser chiara fin da principio: primo, la fraternità cristiana non è un ideale, ma una realtà divina; secondo, la fraternità cristiana è una realtà pneumatica, non della psiche»(Bonhoeffer, Vita comune).
- Questo richiede che «il conflitto, la tensione e ogni mancanza non possono essere ignorati o dissimulati. Devono essere accettati.
Se rimaniamo intrappolati in essi, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata» (EG 226). Ci sono diversi atteggiamenti non costruttivi rispetto al conflitto e al limite: (A) indifferente, ossia fare finta di nulla, cercando di andare avanti con la propria vita; (B) proiettivo, ossia restare bloccati nel conflitto, proiettando al di fuori di sé (altri, istituzioni, ecc.) le proprie confusioni o insoddisfazioni; (C) integrativo, ossia attraversare il conflitto per risolverlo e trasformarlo «in un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG 227).
Soltanto il terzo atteggiamento consente di non restare «sulla superficie conflittuale, ma di andare in profondità riconoscendo a ciascuno la propria dignità. È la solidarietà, che non annulla le differenze, ma le compone in una unità. Questa ricomposizione di unità, o solidarietà, è lo spazio di azione dello Spirito.
- Così intesa la fatica comunitaria chiede di essere assunta entro una visione non idealizzata né dei rapporti umani né di sé stessi.
Se così fosse, la comunione cristiana rischierebbe di ridursi a un’aspirazione (irraggiungibile e ipocrita) di perfezione, oppure a una malsana commistione di volontarismo, sottomissione e/o fusione emotiva. Se invece essa viene assunta per «ciò che Cristo ha compiuto in ambedue, in me e nell’altro» (Bonoheffer, Vita comune, 5), allora non annulla niente di ciascuno salvaguardandone l’integrità personale: «Solo per mezzo di Cristo c’è e ci sarà comunione tra me e l’altro. Via via che la comunione si fa più autentica e più profonda, scompare tutto ciò che si frappone ad essa, e risulta con sempre maggior chiarezza e purezza l’unica cosa che la rende viva tra di noi: Gesù Cristo e la sua opera. Solo per mezzo di Cristo apparteniamo gli uni agli altri, ma grazie a questo mediatore l’appartenenza è effettiva, integrale, per tutta l’eternità» (ibidem).
- In quest’ottica, si può addirittura affermare la necessità e fecondità del conflitto
nella comunità e tra comunità ed esigenze della realtà.
Come scrive Bonoheffer: «La comunità comincia ad essere ciò che dev’essere davanti a Dio solo quando incorre nella grande delusione, con tutti gli aspetti spiacevoli e negativi che vi sono connessi; solo a quel punto comincia a comprendere nella fede la promessa che le è stata data. È un vantaggio per tutti che questa ora della delusione circa gli individui e la comunità sopraggiunga quanto prima. Ma una comunione incapace di sopportare e di sopravvivere a tale delusione, per il fatto di dipendere dall’ideale, con la perdita di questo perde anche la promessa di una stabile esistenza che è data alla comunione cristiana, e quindi prima o poi per forza va in rovina. […] Dio odia l’abbandono alla fantasticheria, che rende orgogliosi e pretenziosi. Chi si costruisce un’immagine ideale di comunione, pretende la realizzazione di questa da Dio, dagli altri e da se stesso» (ibidem, 5-6). Il conflitto, invece, può aiutare a purificare l’ideale (idolatrabile) e a riconoscere che la comunione cristiana viene solo da Dio: «Tra me e l’altro c’è Cristo, perciò non posso aspirare ad una comunione immediata con l’altro. Solo Cristo ha potuto parlarmi in modo da venirmi in aiuto; per la stessa ragione anche l’altro può ricevere soccorso solo da Cristo. (ibidem, 9).
Purificazione: la tensione e la crescita della fede comunitaria
Cf. Mai senza l’altro, De Certeau; EG. Papa Francesco )
- L’assunto di partenza è che i conflitti[2] «hanno un significato religioso», poiché «le divergenze possono portarci a riconoscere gli altri e aprirci così una via, umile ma reale, verso la riconciliazione inaugurata da Gesù» (De Certeau, 38). Diversamente, si rischia di chiamare “tranquillità” e “pace” ciò che in realtà è negazione delle tensioni, oppure indifferenza.
- L’esperienza del conflitto è anzitutto esperienza di un limite e dell’eterogeneità. Stare di fronte a un’altra persona e condividerne l’esistenza significa anche suscitare/avvertire delle reazioni, che sono parte integrante tanto della relazione, quanto del proprio essere: «Chi sfuggisse a questo faccia a faccia […] rinuncerebbe al proprio essere […]. Non si vive senza gli altri. Questo significa che non si vive senza lottare con loro. Bisogna dunque, non una volta ma ogni giorno, rinunciare alla comoda convinzione che “si può sempre intendersi”, e uscire dai meandri sentimentali grazie ai quali si sperava di nascondere sotto certe frasi e certe precauzioni la realtà degli altri» (De Certeau, 40-41). In positivo, «le differenze infrangono l’uniformità che l’egoismo del forte, il conformismo del debole o l’ideologia dell’utopia vorrebbero imporre o mimare» (ibidem, 47).
- Il proprio limite, però, è necessario perché ci sia una concretezza, che aiuta a prendere consapevolezza di una personalità propria (non si è anonimi), ma anche di una propria parzialità (non si è ideali, né perfetti). Questa concretezza è una condizione necessaria per imparare l’umiltà della pace. Fare i conti con la realtà dei limiti propri e altrui, anche attraverso il conflitto, aiuta a sgretolare la visione idealizzata di sé e dell’altro, ma ultimamente anche di Dio: «I conflitti, crisi di queste relazioni, demitizzano le idee che il cristiano si fa di Dio, ma possono dargliene un’esperienza reale» (De Certeau, 46-47): attraverso di essi, infatti, si può cominciare un cammino reale di riconciliazione, con gli altri e con Dio stesso.
- E la riconciliazione comincia quando il conflitto è vissuto in modo da accogliere e introdurre nel mistero dell’altro. Nell’imparare a riconoscerlo irriducibile a sé (le mie aspettative, il mio parere, le mie percezioni, ecc.), si può maturare progressivamente la consapevolezza che Dio si manifesta e opera in lui/lei tanto quanto si manifesta e opera in me: «Dio è anche là, e io non lo sapevo». Così si purifica il modo di guardare l’altro/-a e contemporaneamente anche il modo di guardare Dio: «A poco a poco, educato così da tante opposizioni, il cristiano dice : “Mio Dio, sì, perché io gli appartengo, ma non più perché egli mi appartiene. Tanti altri sono suoi, eppure non sono come me» (De Certeau, 52).
- Così intesa, la necessità di affrontare il conflitto «non è una questione “psicologica” accanto ad una “spirituale”» (3D, 315): Dio è mistero non perché incomprensibile, ma perché inesauribile. Il conflitto possiede il potenziale necessario per sperimentare l’inesauribilità di Dio: è proprio quando l’altro/-a è irriducibile a me, che fare esperienza dell’inesauribilità di Dio. Questo richiede una mentalità capace di affrontare il conflitto in modo costruttivo (cf. 3D, 319-320). È anzitutto necessario disinnescare il potenziale distruttivo del conflitto, con alcune attenzioni (3D, 321-322): legittimare, attrezzare, distinguere, attraversare e generare. Altra attenzione necessaria per affrontare costruttivamente il conflitto è la cura della comunicazione: (A)con un ascolto aperto e flessibile, (B)esprimendosi in modo chiaro, (C)individuando gli elementi reali del conflitto e (D)considerando il punto di vista altrui.
Dalla “Evangelii gaudium”: la mistica della fraternità
Cf. In che cosa risiede la mistica della sorellanza e della fratellanza? (Theobald)
La descrizione di “relazioni nuove generate da Gesù Cristo”, contenuta nel secondo capitolo della Evangelii gaudium, appartiene ai passaggi centrali dell’esortazione apostolica nei quali si concentra, come d’improvviso, l’interezza del vangelo. Il primo paragrafo dà subito il tono:
Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incentrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio (EG 87).
Già qui si tratta di una provocazione, poiché Francesco introduce il concetto di “mistica” in un senso inatteso, e ne è consapevole in quanto non presuppone semplicemente un simile intendimento di “mistica”, ma invita a scoprirlo e a trasmettere tale scoperta… Il punto di avvio concerne il nostro più o meno banale vivere insieme, fino al nostro immergerci quotidiano nella massa “un po’ caotica” delle nostre metropoli. Proprio in questo contesto però può realizzarsi quella trasformazione che già nel paragrafo 87, in forma introduttiva, viene presentata con assoluta vividezza: mescolarsi, incontrarsi, prendersi in braccio, appoggiarsi… Detto in breve, la trasformazione verso la fraternità accade in modo pienamente concreto e anticipa, in ogni nuovo gesto, un’utopia universale a cui si allude, in un senso allo stesso tempo profano e spirituale, nelle due immagini della carovana solidale e del santo pellegrinaggio. “Sarà dunque questa una mistica?”, ci chiediamo con ragione… Anzitutto un simile intendimento di mistica è legato a un contesto molto preciso: non solo allo sviluppo di quei nuovi mezzi di comunicazione che vengono menzionati nell’appena citato paragrafo introduttivo, ma al loro abuso che, da ultimo, conduce a intrattenere le nostre relazioni interpersonali soltanto su schermi o sistemi “che si possono accendere e spegnere a comando”. Un simile “individualismo morboso” può anche atteggiarsi in fogge assolutamente spirituali e degenerare in un “consumismo spirituale”: “Il ritorno al sacro e la ricerca spirituale che caratterizzano la nostra epoca sono fenomeni ambigui” (EG 89)5, si constata in forma lapidaria e in controtendenza rispetto al sinodo del 1985 che, dopo la spinta secolarizzatrice degli anni sessanta, vedeva proprio in questo ritorno un nuovo punto di partenza per l’annuncio.
Il criterio differenziale dell’autentica spiritualità non è dunque la sua sacralità, bensì la sua “corporeità”, concetto che nei sei paragrafi compare esattamente cinque volte e in forme molto concrete. Nel “corpo” si tratta del “volto” dell’altro, delle sue braccia e della sua “presenza fisica che interpella, con il suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo” (EG 88). Il corpo è sano e fonte di speranza soltanto se diventa “luogo” di incontro al cui centro si colloca la capacità spirituale di “uscire da se stessi”: una “gestualità” per così dire corporeo-spirituale che può essere designata come il fulcro intimo sia della Evangelii gaudium sia anche della Laudato si’; in quest’ultimo testo essa viene intesa persino come atteggiamento civile fondamentale per ogni cambiamento nella società (cf. LS 208).
Lo sfondo teologico di tale “mistica del corpo” è la fede nell’incarnazione, come viene chiarito nel secondo paragrafo, il numero 88, della nostra sezione:
L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza.
[1] Cf. bibliografia: «I conflitti mettono alla prova, ma aprono la strada», 3D 2022.
[2] Cfr. da un punto di vista della pedagogia nella formazione le teorie di Daniele Novara.
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